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Quando il vino ha un nome… e il formaggio no

Valentina Bergamin
Valentina Bergamin

Sono Maestro Assaggiatore eletta nel 2019 Miglior assaggiatore d’Italia, sono Maître Fromager della Guilde Internationale des Fromagers, ma soprattutto sono una Raccontastorie di Formaggio.


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Qualche giorno fa sfogliavo il menù di un ristorante.

La prima cosa che faccio di solito è cercare il formaggio ma sono stata attratta dalla carta del vino. Qualche pagina, una bellissima selezione, nomi, territori, denominazioni, annate, cantine. Ogni bottiglia aveva una sua identità. Anche senza essere esperti si percepiva chiaramente che dietro ogni proposta c’era una scelta precisa.

Poi sono arrivata ai dessert.

Tra mousse, semifreddi e torte compariva una voce:

Piatto di formaggi

Nient’altro. E mi sono sentita un po’ triste.

Perché in quelle due pagine affiancate ho visto rappresentata una differenza di comunicazione che accompagna il formaggio da sempre.

Pensiamoci un momento.

Se la carta dei vini fosse scritta così:

  • Vino €20
  • Vino €30
  • Vino €40

quanti clienti sceglierebbero la bottiglia più costosa?  Senza sapere cosa gli verrà servito?

Quanti sarebbero disposti a spendere cifre importanti senza conoscere il produttore, il territorio, la denominazione o semplicemente il nome del vino?

Probabilmente pochi.

Manca tutto ciò che permette al cliente di comprendere il valore della scelta che sta facendo.

E allora mi chiedo: perché per il formaggio dovrebbe essere diverso?

Quando in un menù leggiamo semplicemente “piatto di formaggi”, non sappiamo nulla di ciò che ci verrà servito.

Non sappiamo se dietro c’è stata una ricerca accurata.

Non sappiamo se quei formaggi arrivano da piccoli produttori, da un territorio particolare o da una stagionatura speciale.

Non sappiamo se la selezione è stata costruita per creare un percorso di degustazione, se è frutto di un pensiero, se segue e sposa una precisa filosofia.

Conosco bene il tempo che serve per trovare il formaggio giusto, per selezionare un produttore, per gestire correttamente una stagionatura, per costruire un piatto equilibrato.

Sono attenzioni che hanno un valore enorme.

E questo lavoro, se non viene raccontato, rimane invisibile; se ci si limita a “piatto di formaggi”, il cliente non ha alcuna possibilità di percepirlo.

Non sa se sta per ricevere un formaggio industriale o un presidio raro.

Non sa se dietro c’è stata una ricerca di mesi o una scelta casuale.

Non sa nulla.

E ciò che non si conosce difficilmente si apprezza fino in fondo.

Non servono descrizioni lunghe.

Non servono schede tecniche.

A volte basterebbe indicare il nome.

Oppure la tipologia.

La provenienza.

La lattifera.

Una particolare stagionatura.

Pochi elementi, ma sufficienti a far capire che dietro quel piatto esiste una storia.

Perché ogni formaggio ha un nome.

Ha un territorio.

Ha persone che lo producono.

Ha una cultura che merita di essere raccontata.

E credo che proprio qui ci sia una grande opportunità per la ristorazione.

 

Perché quando il cliente comprende ciò che ha davanti, non vede più semplicemente un costo.

Vede una scelta.

Vede una ricerca.

Vede un valore.

Esattamente come accade ogni giorno con il vino.

P.S. Non sono riuscita a rendere anonima la foto del mio menù perciò la foto in evidenza è stata costruita con un applicazione

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